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Dante Ferretti, il premio Oscar amato a Hollywood che sogna di tornare in Italia

Ha appena vinto il suo terzo Academy Award per la scenografia di "Hugo Cabret". Collaboratore assiduo di Scorsese, ora in Canada per un fantasy di Bodrov, gli piacerebbe tanto lavorare a Roma: "Ma nessuno mi chiama" dice con rammarico. Chissà forse un giorno...

Dante Ferretti, il premio Oscar amato a Hollywood che sogna di tornare in Italia Dante Ferretti, il premio Oscar amato a Hollywood che sogna di tornare in Italia
Dante Ferretti, winner of the "Best Production Design" award for the film "Hugo," arrives at the 37th Annual Los Angeles Film Critics Association Awards, Friday, Jan. 13, 2012, in Los Angeles. (AP Photo/Chris Pizzello)

Tag:  Academy-Awards cinema Dante-Ferretti Google News hugo cabret

di Simona Santoni

Ha tre premi Oscar nel suo palmarès, bottino riservato solo ai grandi. È amato da Hollywood e soprattutto da Martin Scorsese, insieme al quale ha realizzato ben otto film. Eppure gli piacerebbe tanto lavorare anche in Italia, dove non trova spazio. È questo il paradossale destino di Dante Ferretti, lo scenografo italiano che insieme a sua moglie Francesca Lo Schiavo riesce a far sorridere il Bel Paese pure quando film tricolori da tempo non riescono a entrare  nell'interesse dell'Academy.

Il 26 febbraio scorso ha ricevuto l'Oscar come miglior "Production Design" per Hugo Cabret di Scorsese, che va ad affiancarsi alle due precedenti statuette vinte per The Aviator (2005, Scorsese) e Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street (2008, Tim Burton).

Intervistiamo Dante Ferretti, che ci risponde in una prima mattina canadese, con una voce rilassata che, pur avendo cavalcato ormai tanti set internazionali, sembra conservare una calda paciosità marchigiana.

Signor Ferretti, come mai si trova in Canada?

"Sto lavorando a un film fantasy di Sergei Bodrov, il regista di Mongol, con Julianne Moore e Jeff Bridges. Ne avremo fino a fine maggio".

Ma prima o poi la vedremo lavorare anche su qualche set italiano?

"Seppur sia felice del mio lavoro in America, mi piacerebbe tanto lavorare a Roma, ma non si fa niente da quelle parti. O meglio, si fa poco e per quello che si fa forse io non sono adatto. Si gira molto su location dal vero...  non mi chiamano".

In passato ha lavorato coi più grandi registi italiani, da Pier Paolo Pasolini a Luigi Comenicini a Federico Fellini. Da quant'è che non più lavora in Italia?

"È da vent'anni, da La voce della luna di Fellini. Più tardi sono tornato a girare in Italia, a Cinecittà, per Titus di Julie Taymor (1999) e Gangs of New York di Scorsese (2002)".

Quindi è un italiano all'estero che sogna l'Italia?

"Amo l'Italia ma sono all'estero anche per scelta, ovviamente. Sin da quando ero ragazzino era affascinato dal cinema americano, dai film cogli indiani e i cowboy. Poi ho avuto la fortuna di lavorare con grandi registi italiani, da Scola a Cavani, da Pasolini, che è stato il mio mentore, a Fellini, il mio mentitore - sorride Ferretti -. Dopo Amleto di Zeffirelli, con Mel Gibson, sono stato chiamato in America".

Ricevere il terzo Oscar resta sempre un'emozione nuova?

"L'Oscar è sempre un'emozione. Io e mia moglie, insieme, abbiamo ricevuto 18 nomination (10 io, 8 lei), e le ultime tre le abbiamo vinte tutte. Prima erano sempre gli altri a vincere. Nella volta della nomination per The Aviator, quando abbiamo vinto la prima volta, io neanche volevo andare alla cerimonia poiché non pensavo di vincere. Nel caso del secondo Oscar, per Sweeney Todd, ci trovavamo a Boston per lavorare a Shutter Island . Avendo già vinto alla precedente nomination, io e Francesca pensavamo di non andare alla serata degli Academy Awards. Ma siccome Martin (Scorsese, ndr), come vincitore dell'anno precedente, doveva andare, allora anche noi ci siamo detti 'vabbè, andiamo'. Eravamo sicuri che per la nostra categoria vincesse Il petroliere: fu invece una piacevole sorpresa. E quest'anno... be', è andata bene, credo che la scenografia di Hugo Cabret meritasse. Per questa abbiamo vinto anche il Bafta, il premio della critica di Los Angeles, il premio della critica americana, l'Art Director Guild... Credo però che meritasse l'Oscar anche la regia di Martin, che è stato straordinario. The Artist è un bel film, ma come regia è migliore Hugo Cabret".

Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo Oscar 2012 per Hugo Cabret
Italian production designer Dante Ferretti (L) and Italian set designer Francesca Lo Schiavo hold their Oscars for Achievement in Art Direction for 'Hugo' at the 84th annual Academy Awards at the Hollywood and Highland Center in Hollywood, California, USA, 26 February 2012. The Oscars are presented for outstanding individual or collective efforts in up to 24 categories in filmmaking  EPA/PAUL BUCK

Ho letto che lavorare a Hugo Cabret, storia di un ragazzino che carica gli orologi della stazione di Parigi, le ha risvegliato ricordi della sua infanzia a Macerata.

"Sì, da ragazzino ero amico del figlio che si occupava di caricare l'orologio di piazza della Libertà. A volte mandava il figlio stesso a caricarlo e io lo accompagnavo. Salivamo per queste scalette ripide, quasi elicoidali. Poi andavamo al piano di sopra, dove si trovavano le campane. Quando ho letto il libro di Hugo Cabret (da cui è tratto il film, ndr), ho pensato 'che strano...'. È stato un piacevole ricordo.

Nel ricevere l'Oscar, il pensiero suo e di sua moglie è andato anche all'Italia.

"Sì, Francesca ha dedicato l'Oscar a Martin e all'Italia. Io neanche sapevo che l'avrebbe fatto. Il suo citare l'Italia ha avuto una grandissima eco, abbiamo ricevuto telegrammi da tutti, ringraziamenti. È un momento in cui c'è tanto bisogno di credere nel nostro Paese, e questa dedica ha toccato".

Come si spiega che è da 13 anni che l'Italia non vince un Oscar , l'ultima volta con Benigni, e che da allora solo una volta è riuscita a entrare nella cinquina finale del Miglior film straniero?

"Una volta il nostro cinema era considerato il migliore al mondo. In questo momento invece produce storie che forse interessano meno. È cambiato generazionalmente. Una volta c'era un cinema più idealizzato, è stato sempre un sogno. Ora invece i registi raccontano più storie loro, che forse non destano interesse. Inoltre il film rappresentante del proprio Paese per l'Oscar deve essere selezionato con cura e una volta scelto deve essere seguito, bisogna fare una grande promozione, farlo vedere. Vota per il film straniero solo un gruppo di membri dell'Academy e questi nel votare devono dimostrare di aver visto il film prescelto".

Oltre al Canada, che altri progetti ha in cantiere?

"Fra qualche mese lavorerò a un nuovo film con Scorsese ma in merito non posso dire di più. E mi sto occupando di qualche opera per l'Expo milanese".

Un po' d'Italia, allora.

"Sì, ho tanta voglia di tornare in Italia".

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    ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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