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Accabadora, il romanzo di Michela Murgia

Morte e amore, povertà e ricchezza (sacrificio ed eredità), maternità e vecchiaia, peccato e redenzione, innocenza e perversione: vive di questi ossimori Accabadora, senza esaurirne mai le direzioni di senso. Con lo sbocciare dell'adolescenza della giovane protagonista, Maria, e il suo progressivo sbiadire al capezzale della vecchia, accanto ad altre adolescenze mutilate dalla vendetta, dalla rabbia, dalla sopraffazione

Accabadora, il romanzo di Michela Murgia
di Redazione

Di Michele Lauro

Come un bozzolo di seta con un baco dentro. Prendo una similitudine fra le tante da Accabadora di Michela Murgia (Einaudi), a suggerire un'immagine del suo stesso libro. Del bozzolo di seta mi restano le sensazioni fisiche. Mano a mano che chiudo le pagine sento fra i denti la polvere delle strade di Soreni, non-luogo della Sardegna dove si svolge la vicenda (l'autrice è di Cabras, nell'Oristanese, capoluogo del Sinis e terra di desertici miraggi); la schiena che sfrega contro un ruvido muretto a secco eretto a delimitare il confine di un campo; il frusciare di pieghe di gonna; il profumo del morbido impasto per i gueffus, i dolcetti di pasta di mandorle.

Il baco cresce riga dopo riga e a metà strada è già farfalla. Spicca il volo, inutile centellinare la lettura. Accabadora appartiene a quel tipo di opere che accendono una scintilla. Prima in forma di sinestesia corporea, come dicevo, poi è una freccia che entra nelle viscere senza dolore. Purché sia notte. Ci sono infatti "pensieri che non sopportano la luce piena" e del novero fanno parte i pensieri sulla morte, a cui Michela Murgia mette impietosamente di fronte con la vicenda dell'anziana accabadora: soltanto "colei che finisce", che imprime cioè un'accelerazione al corso del fato, o non forse anche colei che aiuta a dare una morte dignitosa? In questo contesto una parola abusata del nostro tempo - eutanasia - appare inefficace se non addirittura vuota di senso.

Morte e amore, povertà e ricchezza (sacrificio ed eredità), maternità e vecchiaia, peccato e redenzione, innocenza e perversione: vive di questi ossimori Accabadora, senza esaurirne mai le direzioni di senso. C'è lo sbocciare dell'adolescenza della giovane protagonista, Maria, e il suo progressivo sbiadire al capezzale della vecchia, accanto ad altre adolescenze mutilate dalla vendetta, dalla rabbia, dalla sopraffazione. Può una madre non desiderare un figlio? E può un fill'e anima, un figlio acquisito comprato preso a prestito, incarnare l'essenza di figlio più di uno biologico?

Vive di domande inquiete questo romanzo sobriamente poetico e insieme eccezionalmente calibrato, i personaggi ispezionati uno per uno nei piccoli gesti, nei lapsus che dicono tanto più di quello che non dicono (memorabile, oserei dire "manzoniano" il ritratto del curato di Soreni). Sullo sfondo l'archetipo dell'insularità come scrigno di simbologie, allusioni, patti taciti e trame millenarie. Protezione o colpa. Confuso dall'ultimo dilemma trovo infine una semplice, illuminante risposta: "le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge".

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