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Divorzio. "I perplessi sposi" di Gian Ettore Gassani

Al di là dell’inevitabile dose di astio e dolore, il divorzio può essere anche un’imprevista opportunità per diventare genitori migliori

Divorzio. "I perplessi sposi" di Gian Ettore Gassani Divorzio. "I perplessi sposi" di Gian Ettore Gassani
di Redazione

di Paolo Guzzanti

Ai miei figli di 10, 8 e 5 anni sono stati necessari alcuni mesi prima di rendersi conto che «la casa di papà» non era soltanto un luogo inesplorato e fiabesco perché del tutto nuovo, pieno di libri e giochi, ma anche il terreno su cui si consuma un triste evento: la fine della famiglia «normale», quella in cui si va a letto la sera tutti insieme e ci si ritrova di nuovo tutti a colazione prima di andare a scuola.

Avevo già vissuto queste traversie e infelicità molti anni fa con i miei figli ora grandi, ma ero allora troppo povero per potermi permettere una casa che potesse ospitarli e dunque competere con quella materna, da me pagata e poi perduta, esattamente come quella del secondo matrimonio, come vuole la consuetudine che mette al bando i padri, spogliati dei loro stessi averi. Oggi ho potuto permettermi il lusso di non penalizzare i bambini garantendo loro di vivere bene i brevi periodi che passano con me: fine settimana alterni, 15 giorni d’estate, metà delle feste comandate.

Due gli effetti immediati, uno negativo e uno positivo. Quello negativo è certamente il costo devastante che si deve accollare un padre costretto a pagare alimenti e affitto di una nuova casa con spese raddoppiate. Ma c’è una sorta di premio imprevisto per i padri: la libertà di vivere in modo diverso e decisamente migliore il tempo concesso con i propri figli con modi, tempi, gesti, ritmi che segnano una nuova e stupefacente sintonia. Qualcosa che prima era quasi impossibile ottenere perché anche la più armonica delle coppie deve trovare faticosi compromessi, se un genitore è permissivo e uno autoritario, e se hanno idee diverse nei campi più disparati, dal tempo libero alle opinioni religiose. In genere è il padre separato quello che rinuncia a fare valere le proprie opinioni. Ed è fantastico avere la possibilità, finalmente, di stare con i propri figli seguendo il flusso del proprio modo di essere e dei propri sentimenti.

Naturalmente anche questo lato positivo ha un prezzo. I figli si trovano a vivere su due standard di comportamento diversi e, inutile essere ipocriti, in astiosa competizione fra loro con inevitabile ricasco di ulteriori rancori tra gli ex coniugi. Per i bambini anche questo conflitto genera un misto di gratificazione e di ansia, ma tant’è: si impara ad accorgersi dei propri errori e a correggerli. E vale la celebre battuta di Sigmund Freud in risposta a una paziente che gli chiedeva quale fosse la formula perfetta per allevare i figli: «Qualsiasi cosa lei faccia, signora, sbaglierà comunque».

Se questo è il panorama generale delle vite separate in ogni tempo e luogo, ho imparato che quello italiano è diverso e certo non migliore. L’ho imparato conoscendo l’analisi dell’avvocato Gian Ettore Gassani, che mi ha assistito nella mia separazione e che ha scritto un libro appena uscito per i tipi della Aliberti, I perplessi sposi , in cui sono descritte le cause del disastro italiano in materia sia di matrimonio sia di divorzio. La legge 898/70 ha introdotto il divorzio in Italia contro la forte resistenza del mondo cattolico, che però sconfisse se stesso con il referendum del 1974, quando fallì il tentativo di abrogare la legge che lo aveva istituito. Il divorzio vinse, ma nello stesso tempo cominciò il declino del matrimonio come istituzione. Se nel 1972 i matrimoni furono 419 mila, in meno di quarant’anni si sono dimezzati: 210 mila nel 2010.

Divorzio, pillola, introduzione dell’aborto (anch’esso riconfermato attraverso referendum da una popolazione formalmente tutta cattolica) cambiarono infatti lo scenario in cui aveva sopravvissuto il mito della «bella famiglia italiana», celebrata come un successo storico insieme alla pizza e al cappuccino.

Dice l’avvocato Gassani, che è anche presidente dell’Associazione avvocati matrimonialisti italiani:

«Grazie al divorzio sono nate nuove famiglie, molti hanno trovato o ritrovato l’amore, donne liberatesi del marito padrone hanno potuto finalmente rimettersi in gioco nel mondo del lavoro che avevano abbandonato durante il matrimonio, figli si sono salvati dall’asprezza dei conflitti o dei silenzi dei loro genitori, uomini hanno ritrovato la propria autostima messa in pericolo dai bigodini di mogli obese e troppo presto rassegnate. Per molti genitori la fine del matrimonio è coincisa con la riscoperta della propria genitorialità, con la nascita di un rapporto autonomo ed esclusivo con i propri figli che in un matrimonio infelice era inquinato dalla rabbia e dalla solitudine».

Dunque, divorzi e separazioni, al di là della prevista dose di dolore e di rancori residui, possono paradossalmente diventare una imprevista anche se faticosa opportunità per i figli e per gli stessi genitori separati. Ma questo possibile beneficio è un’opportunità che soltanto oggi comincia a essere percepita, nel panorama del crescente disastro dei matrimoni e delle unioni di fatto. Il divorzio (che soltanto in Italia si può ottenere dopo un lungo periodo di separazione legale) diventa secondo Gassani «una sorta di pillola del giorno dopo con cui mandare in rottamazione un coniuge». Secondo lo sconvolgente rapporto contenuto nei Perplessi sposi, il matrimonio, proprio grazie al suo antidoto, è diventato una sorta di avventura da interrompere alla prima avversità, una mera cerimonia per combattere solitudini e celibati.

La conseguenza di questo stile usa e getta è diventato il turismo divorzile: se due coniugi separati vogliono concludere alla svelta l’agonia della loro unione, non hanno che da prendere una provvisoria residenza in un paese europeo, per esempio la Francia, ottenere il divorzio e farlo trascrivere in Italia.

Così, diminuiscono i matrimoni come numero ma allo stesso tempo crescono quelli già nati con la tacita intesa di una rottura alla prima difficoltà e conseguente rottamazione della famiglia. La disgregazione familiare nelle fasce sociali più deboli significa l’inizio della vita da clochard per molti padri costretti a nutrirsi alle mense della Caritas, dopo avere perso i diritti fondamentali. Gassani ci narra della sua esperienza professionale di

«padri-mariti costretti a lasciare casa, soldi e figli, ed entrare nella dimensione di barboni in giacca e cravatta con un cartellino da timbrare la mattina, un piatto di pasta alla mensa, un’automobile in cui dormire, una fontana come mezzo per lavarsi».

Si calcola che siano 800 mila i padri separati che vivono in condizioni precarie e circa 250 mila quelli che vivono con appena 300 euro al mese. Per molti di loro, tutti quelli che non riusciranno ad attrezzare una casa in cui ospitare i propri figli, il divorzio significa di fatto rinunciare a un vero rapporto con loro. Alla povertà economica si aggiunge il deserto degli affetti, ridotti a rituali deprimenti: un cinema ogni tanto, una pizza, qualche ora al parco e poi addio, ci vediamo fra una o due settimane.

Esiste dunque un problema specifico italiano, diverso da quello degli altri paesi occidentali e che si potrebbe chiamare deficit culturale di fronte alle separazioni e ai divorzi. In Italia tutto il processo della separazione ci incattivisce anno dopo anno. In nome dell’addebito (parola che sostituisce la vecchia «colpa») si ricorre sempre più spesso all’accusa di reati mai commessi (il 75 per cento delle denunce per abusi sessuali è archiviato dopo anni di vergogna per l’innocente incolpato), si coinvolgono servizi sociali decrepiti, si fanno perizie terroristiche e distruttive, si accendono mutui per pagare avvocati esosi che alimentano la lite per alimentare il loro reddito. Ogni anno nel nostro Paese vi sono in media 85 mila separazioni e 54 mila divorzi. Sono 150 mila i figli contesi ogni anno e quattro matrimoni su 10 finiscono ormai in tribunale.

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