di Giulio Giorello*
"Quello dell’arte cristiana è un tema infinito, a partire da Costantino" scrive Vittorio Sgarbi in questo L’ombra del divino nell’arte contemporanea (Edizioni Cantagalli). Ma questa infinità conosce le sue cesure; anzi, la pittura, l’architettura e la scultura del sacro avrebbero manifestato i loro ultimi fuochi nell’Ottocento, mentre quel tema, nel Novecento, "lentamente si dissolve".
Non è soltanto questione del "narcisismo" del singolo artista, troppo spesso riottoso a collocarsi all'"ombra del divino". Il problema è più generale. Sgarbi concede che "non sia morta negli artisti la vocazione, la fede e la possibilità di dipingere arte sacra", ma sarebbe invece "morto il motivo che li spinge a quella scelta o a quella determinazione, cioè manca la committenza, e la Chiesa stessa è debole nel farsi promotrice di nuove commissioni". Il problema maggiore è nell’architettura: "La fede è un elemento essenziale nella creazione di un edificio sacro" e in una "epoca di radicale assenza di fede" questa relazione si spezza. Di qui l’impressione di freddezza, di chiusura, di alienazione che danno non poche chiese disegnate da architetti contemporanei ("Tante architetture velleitarie o perfino comiche"), quasi tutti, soggiunge polemicamente Sgarbi, dichiaratamente atei. Ne discende non solo un’assenza di significato, ben diversa dalla ricchezza che si riscontra in edifici "laici" dalle più varie motivazioni civili, ma persino l’inferiorità rispetto alla concorrenza: "Il paradosso risiede proprio nel fatto che l’architettura religiosa d’ispirazione islamica mantiene un collegamento con la tradizione, e consente forme relativamente nuove, senza perdere la spiritualità. Al contrario delle realtà musulmane, i popoli cristiani hanno finito col maturare uno scetticismo di fondo".
Sgarbi non sembra avere dubbi sul tramonto dell’Occidente: "Oggi, se Dio è morto tutto è permesso, e se l’arte è morta tutto è permesso". Potremmo anche dire che se l’arte è sacra è l’ombra del divino, la pratica corrente (tranne alcune lodevoli eccezioni che i saggi degli altri autori del libro analizzano caso per caso) è l’ombra di un’ombra.
Eppure… io non credo che la cosiddetta morte di Dio equivalga a una sorta di tutto è lecito. Per dirla con i personaggi di una memorabile storia a fumetti (Topolino e la Banda Tubi, di Bill Walsh e Floyd Gottfredson, apparsa negli Usa nel 1938 e in Italia nel 1939), se nel lavabo lo scarico è difettoso, non si chiama il teologo, bensì l’idraulico. In una bella pagina del suo saggio introduttivo al volume, Sgarbi ha ragione a sottolineare come nel nostro Paese ci fosse già un’arte italiana ben prima dell’unità d’Italia e lo stesso potremmo dire della tradizione critica, del pensiero scientifico e della capacità innovativa della tecnica (quella che Carlo Cattaneo chiamava industria). E si può persino sostenere che l’opposizione della Chiesa cattolica romana a tutto questo (il caso Galileo insegna) sia frutto di un insieme di circostanze sfortunate. Non è però contingente l’incapacità della Chiesa (anche in tempi recenti) di confrontarsi in modo libero e spregiudicato con queste forme della modernità e riconoscerne l’enorme portata sotto il profilo dell'"incivilimento" (il termine è ancora di Cattaneo).
È questo un aspetto della nostra storia che ben differenzia le italiche vicende da ciò che è capitato in Francia, in Inghilterra e nelle colonie americane di lingua inglese, ove l’attenzione alla Bibbia e il sacerdozio aperto in linea di principio a tutti i credenti (Martin Lutero), la rilevanza della comprensione della natura e il successo economico come segni della Grazia (Giovanni Calvino), la Chiesa come struttura amministrativa al servizio dello stato (Enrico VIII ed Elisabetta I Tudor), l’assemblea dei credenti come forum di decisioni democratiche (John Knox in Scozia e per molti versi i valdesi nelle loro "valli") hanno spianato la strada all’impresa tecnico-scientifica come forma di vita che prefigura qualsiasi società aperta dell’Occidente.
Non è quindi in gioco la perdita della fede, semmai di quale fede si tratti.
Chi analizza le pieghe della grande mutazione che abbiamo schizzato rapidamente poco sopra scoprirà che già nel tardo Cinquecento di Giordano Bruno erano i progressi di quella che oggi chiamiamo scienza, e che allora si chiamava "filosofia della natura", a farci riscoprire il divino nella nostra interiorità, visto che lo stesso tipo di fisica vigeva sulla Luna come sulla Terra, nell’alto dei cieli come nelle profondità del nostro globo. C’è qui un seme di quella astrazione nella rappresentazione (sia in campo scientifico sia in campo artistico) cui lo stesso Sgarbi rende omaggio, là dove riconosce che le immagini astratte possono rendere "l’idea assoluta di un Dio che è dentro di noi".
Con questo io non voglio dire che la cattedrale di Saint-Pierre nella Ginevra di Calvino, con le sue nude pareti di bianco intonacate, sia meglio delle stanze vaticane o della Basilica di San Pietro. Fortunatamente, oggi non siamo più nelle condizioni di dover scegliere un modello contro l’altro; ma se le cose stanno così è semplicemente grazie a quella poderosa corrente di pensiero e di espressione (così variegata al proprio interno e allo stesso tempo così pervasiva) che chiamiamo Illuminismo.
Forse, le vere cattedrali del nostro tempo, all’ombra del divino più di quanto apparentemente non sembri, sono i grandi edifici che ospitano la ricerca scientifica, con tutti i suoi splendori e anche con tutti i suoi errori, come il Cern della splendida Ginevra. Non è la relazione tra fede e modernità che è andata in pezzi; piuttosto è una condizione mondana della Chiesa di Roma (diciamo, quella creatasi ai tempi di Costantino o giù di lì) che l’Illuminismo ha saputo coraggiosamente delimitare. È questo il sacro che Sgarbi rimpiange? La sua perorazione ha un respiro più ampio, ma qualche volta il sospetto viene.
Come quando dedica una pagina di grande lirismo al ritratto di papa Innocenzo X eseguito da Alessandro Algardi, che consente di meglio intendere "il potere, l’intelligenza, l’astuzia, la sottigliezza" di quel pontefice. E ancora: "In una sola immagine coesistono il potere e la miseria". Sarà questo il "divino" di cui dovremmo avere nostalgia? Io continuo a preferire il Dio del filosofo "ateo" Baruch Spinoza, che, come diceva Jorge Luis Borges, si era dedicato a tracciare "l’infinita mappa di Colui che è tutte le Sue stelle".
*ordinario di filosofia della scienza, Università degli studi di Milano
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