Quanto tempo. Mango è tornato nei negozi oggi, 24 maggio. Con il suo ventesimo album "La terra degli aquiloni".
Era dal 2007 - con "L'albero delle fate" - che il cantautore lucano non realizzava un nuovo disco di inediti.
Un nuovo prodotto anticipato dal singolo "La sposa", scelta difficile tra cinque brani ("Il rifugio", "Dove ti perdo", "Chiamo le cose" e la title track). L'abbiamo incontrato in occasione della presentazione della sua nuova produzione.
Questo è un lavoro che segna un ritorno in grande stile, ma anche un'altra pietra di volta per un uomo che a 57 anni ha fatto tanta carriera ma non è fermo nella creatività e nella comunicazione.
Già dalla prima traccia, "La terra degli aquiloni", l'album esprime tutta l'eleganza di un artista che sa essere allo stesso tempo classico e moderno in un equilibrio delicato.
Non manca ovviamente la poesia nei testi che raccontano sentimenti alti che richiamano altri tempi. Alla preservazione di una (buona) musica popolare - che non è pop - si accosta un racconto di valori ed emozioni che già le nuove generazioni rimpiangono, perché sembrano non far più parte di questo mondo:
"Volevo realizzare un album che parlasse delle mie aspettative, dei punti cardine della mia esistenza e le mie problematiche.
Se ci sono dei problemi in un certo senso è meglio, perché lasciano la possibilità di esprimere la tua sensibilità, di vedere quello che ti sta intorno e di dare un nome alle emozioni".
Undici canzoni dall'identità forte, più due cover dove torna a reinterpretare pezzi altrui dopo l'esperienza (felicissima) di "Acchiappanuvole".
Il primo è "Volver", brano flamenco di Carlos Gardel. Il secondo è "Starlight" dei francesi Superman Lovers, ripreso in collaborazione con la moglie Laura Valente e i figli Angelina (10 anni, ai cori) e Filippo (16 anni, alla batteria):
"Lavorare con i miei ragazzi è stata un'emozione nuova e sconosciuta. È una parte di te. Anzi, sei un po' te e in parte un'altra persona completamente indipendente".
Giovani di talento i suoi figli, ai quali non consiglierebbe mai la strada dei talent show :
"Non penso sia una strada giusta per un'espressione interessante, così come Sanremo Giovani.
Io sono stato rifiutato e l'anno successivo sono arrivato tra i Big. Quando sono arrivato a quel risultato, da parte mia c'erano anni di sacrifici alle spalle.
Questi ragazzi dopo tre mesi in tv non sanno più che fare. Il talent show crea delle illusioni e delusioni che non sono solo private, ma anche del pubblico".
Un album con aspetti lirici ("Guarda l'Italia che bella", "Dove ti perdo") che traccia dopo traccia si arricchisce di emotività. Va ascoltato come si leggesse un libro ricco di descrizioni, bucolico per la sua "alta" semplicità. Quella che viene dalle sue origini familiari, che riconduce ad una particolare "intelligenza della banalità":
"È stupido parlare dell'intelligenza, perché di per se non significa nulla. Non è banale tutto il meccanismo che sta dietro la sua attribuzione?
Cultura e intelligenza sono due cose molto diverse, che spesso vengono confuse quando si parla di una persona che ha studiato di più.
Mia madre non ha fatto nessuna scuola ma è una delle persone più intelligenti che abbia mai conosciuto. Ecco dove sta l'intelligenza della banalità. È l'intelligenza... nella banalità".
Per scoraggiare il download illegale dei brani, sarà possibile scaricare grazie ai codici contenuti nel cd un video esclusivo di 18 minuti, che permetterà all'artista di raccontare la costruzione dell'album in modo più approfondito. Per i veri fan che vogliono conoscere tutto del loro beniamino.
Stordisce ed entusiasmano tanto le ultime tracce, dove tra "Tutto tutto" e le cover esprime il fascino di un sound che rimanda ai più bei suoni dell'America latina del rock americano (caratteristica sulla quale si poteva forzare di più la mano). Brani affascinanti che restituiscono un bilancio positivo di un lavoro di grande interesse.
E il suo bilancio dopo così tanti anni di carriera?
"Al mio ventesimo album posso dire che in Italia questo mondo artistico è una parabola in discesa.
Oggi c'è un grande desiderio di competenza nella musica che si ritrova molto meno nella discografia. Una volta, ai tempi di 'Oro' ero io che non credevo troppo in quello che facevo, mentre sconsolato agli esordi volevo tornare a studiare sociologia.
Quando Mogol ascoltò il provino del brano io all'inizio rifiutai la sua produzione. Erano i discografici a credere in me. Si facevano investimenti di cinque album per uscire allo scoperto, tutto quello che avevo fatto prima, forse, erano solo stupidaggini".
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